Mio zio Andrea era un “medico di famiglia”, di quelli che entravano nelle case e la gente aveva veramente la sensazione che arrivasse un parente. Quando veniva chiamato per visitare qualcuno, non si scocciava, non dava mai l’impressione di avere una infinità di cosa da fare, e che quella visita interferisse magari con attività più importanti. Sembrava avesse sempre tempo per tutti: si sedeva, accettava qualcosa da bere, scambiava due chiacchiere sul raccolto o sulla partita di calcio, faceva battute… e strappava sorrisi.
Di farmaci, in verità, non ne prescriveva più di tanti: ascoltava ed auscultava, palpava ed osservava, parlava, spiegava e, soprattutto, rassicurava… Io che lo seguivo, nei primi anni della mia professione, ero incuriosita e divertita dal suo modo di fare così “leggero”, ma poi anche ammirata dalla sua raffinatezza clinica, dall’intuito, dalla capacità di cogliere il particolare che gli permetteva di fare diagnosi. Nel mondo universitario, da cui ero appena uscita, non si familiarizzava coi pazienti e, generalmente, molti difendevano il proprio prestigio frapponendo distanze tra sé ed i malati.
Così scrive Simonetta Marucci nel suo libro La Cura. Torno a scrivere sull’argomento “Medici & Pazienti” perché mi sta molto a cuore (la puntata precedente puoi leggerla qui). Simonetta Marucci è un medico che considera la sua professione una missione e non solo un lavoro. Un medico all’antica come suo zio Andrea, con in più conoscenze modernissime (Nuova Medicina del dr. R.G. Hamer, Psiconeuroendocrinoimmunologia - PNEI) e antichissime (Agopuntura, Fitoterapia, Fiori).
Leggendo il libro, il pensiero è andato ai medici coi quali ho avuto a che fare, con maggior frequenza da un anno a questa parte. Ad uno in particolare, ho ripensato, che ho visto misurare la pressione con fare annoiato e infastidito, dandomi l’impressione di toccare un braccio staccato da un corpo, senza rivolgere una sola parola di umano interesse al suo proprietario disteso sul letto. Un medico che anziché parlare, farfugliava e pure di malavoglia, e che una mattina al telefono mi ha chiesto chi mai avesse prescritto degli antibiotici che avevano provocato degli effetti collaterali… Inutile dire che era stato lui, appena alcuni giorni prima, e senza neanche aver voluto visitare l’uomo del braccio.
Mi fermo qui. Sono ricordi che voglio dissolvere. Non ho più a che fare con quel signore laureato in Medicina. Avrei potuto cercare di educarlo, come suggerisce indirettamente il libro di Simonetta Marucci, ed invece ho preferito sceglierne un altro, che il tempo per fare due chiacchiere e per bere un chinotto o un caffè d’orzo lo trova quasi sempre. E che soprattutto, ascolta, risponde alle domande e chiama per nome e parlandogli guarda negli occhi l’uomo del braccio.